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Crescita personale

La prima seduta di coaching: cosa aspettarsi

Team In Itinere · 9 luglio 2026 · 6 min di lettura

Tre mani che reggono tazze di caffè sopra un tavolo di legno
Foto da Unsplash

La parola "coaching" è ovunque, e proprio per questo è spesso fraintesa. C'è chi la associa allo sport, chi alla motivazione da palcoscenico, chi teme si tratti di una forma di terapia mascherata. Chi si avvicina per la prima volta lo fa quasi sempre con una domanda legittima: cosa succederà davvero nel primo incontro?

Prima di rispondere, vale la pena chiarire cosa il coaching è e cosa non è. Perché è proprio da qui che nascono la maggior parte dei malintesi.

Il coaching non è terapia

La psicoterapia si occupa di curare un disagio o una sofferenza, spesso guardando al passato per comprenderne le radici. Il coaching non cura patologie e non è uno strumento clinico. Lavora con persone che stanno sostanzialmente bene ma che vogliono raggiungere un obiettivo, sbloccare una situazione o affrontare un cambiamento. Lo sguardo è rivolto al presente e al futuro: non "perché sono così", ma "dove voglio arrivare e come".

Questa distinzione è importante anche dal punto di vista etico: un buon coach riconosce i propri limiti e, se emerge un bisogno di natura clinica, indirizza alla figura professionale adatta.

Il coaching non è consulenza

L'altra confusione frequente è con la consulenza. Il consulente è un esperto che analizza un problema e ti dice cosa fare. Il coach fa quasi l'opposto: non fornisce risposte preconfezionate, ma aiuta la persona a trovare le proprie.

Una soluzione che nasce dalla persona è molto più solida e duratura di una ricevuta dall'esterno.

Parte da un presupposto semplice — che ciascuno abbia già dentro di sé molte delle risorse necessarie — e lavora per farle emergere attraverso domande, ascolto e restituzioni. Non è una questione di reticenza: è il cuore del metodo.

Cosa aspettarsi dal primo incontro

La prima seduta è soprattutto un incontro di conoscenza. Nella maggior parte dei casi si articola intorno a tre momenti:

  • Chiarire l'obiettivo: cosa porta la persona a cercare un percorso? Cosa vorrebbe fosse diverso? Spesso l'obiettivo iniziale è vago ("vorrei stare meglio", "vorrei decidere") e parte del lavoro è metterlo a fuoco.
  • Esplorare la situazione attuale: dove ci si trova ora rispetto a quell'obiettivo? Quali risorse, quali ostacoli, quali tentativi già fatti?
  • Definire il percorso: come potrebbe svilupparsi il lavoro insieme, con quali tempi e modalità.

Non ci si aspetti una soluzione immediata alla fine del primo incontro: quello è l'inizio, non la conclusione. Ciò che di solito si porta a casa è già prezioso — maggiore chiarezza su cosa si vuole davvero.

Come prepararsi

Non serve preparare granché, ed è meglio così: il coaching funziona sul reale, non sul recitato. Può però aiutare arrivare con una domanda o un tema in mente, anche generico. E soprattutto con la disponibilità a essere sinceri con sé stessi: il primo interlocutore, in un percorso di coaching, è sempre la persona stessa.

Dopo la prima seduta

Se l'incontro conferma che c'è un terreno su cui lavorare, si concorda un percorso fatto di sedute successive, distribuite nel tempo. Ogni incontro parte da dove si è arrivati, verifica i piccoli passi compiuti e ne individua di nuovi. Il ritmo lo definiscono insieme coach e persona: il coaching non ha una durata standard, perché segue un obiettivo, non un calendario.

Al Centro In Itinere i percorsi di coaching sono condotti da Fabio Pennella, Professional Coach iscritto all'Albo AICP. Il primo colloquio serve esattamente a questo: capire, senza impegno, se è lo strumento giusto per il momento che stai vivendo. Se è un passo che stai considerando, prenota un primo incontro conoscitivo.

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